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BOLEK POLIVKA

Stregati da Polivka.
Da Piacenza a Brescia, sulle tracce della Filarmonica Clown,
il trio che, insieme al regista ceco, ha incantato mezza Europa.

Forse noi piacentini non potremmo mai abbastanza ringraziare Paola Pedrazzini, giovane direttrice artistica del nuovo Festival di teatro ‘Il cavaliere azzurro', per il suo intuito artistico dimostrato già dalla sua prima iniziativa qui a Piacenza, con la convocazione di compagnie teatrali di livello nazionale e non solo, per spettacoli dal linguaggio scenico originalissimo, ‘alternativo', e per laboratori di formazione teatrale che hanno richiamato partecipanti da tutta Italia.
Come ha detto l'Assessore alla Cultura Stefano Pareti, questo festival teatrale non vuole essere semplicemente una rassegna, ma diventare ‘il festival di Piacenza, espressione della sua città e sua "bandiera culturale" fuori dai confini municipali', movendo i primi passi per lanciare una sfida alle vicine cultrici del teatro Parma e Milano, che con Venezia e Bologna costituiscono il grande circuito teatrale del Nord Italia.
‘Questo non significa rinnegare od ostacolare le compagnie teatrali piacentine per tradizione. Significa, invece, stimolare le stesse in un clima artistico di più grande respiro, attirando l'attenzione dei piacentini verso il mondo del teatro, e dei non-piacentini verso la nostra città. E' un'iniziativa che favorisce il teatro in città,e lo stesso clima culturale di Piacenza. E,dalla calorosa partecipazione, si può dedurre che l'esperimento abbia funzionato.' spiega con entusiasmo la piacentina,consapevole di essere stata un ‘pioniere'.
Quindi,se pure siamo grati alla Pedrazzini (che, dopo anni di studio di Lettere Antiche, laureata a Parma in Storia del teatro e dello spettacolo con il noto prof. Luigi Allegri, ha avviato una collaborazione con l'Università di Torino) , non potremmo forse mai abbastanza ringraziarla per aver inserito nel programma la formazione milanese dei Filarmonica Clown, che il 30 giugno hanno portato il loro ‘Don Chisciotte' nel Cortile di Palazzo Farnese.
Da quella prima sera in cui sono ‘sbarcati' a Piacenza, è iniziato un ‘amore' che ci ha spinto a seguirli anche ad Adro, in provincia di Brescia, e a riprometterci di non perderli di vista nei loro vari spostamenti in territorio nazionale, per quanto ci fosse possibile.
Quando lo spettacolo è finito, i tre attori si sono mescolati al pubblico affollato davanti agli stands per la degustazione dei vini piacentini. E' quasi l'una di notte,e il Cortile di Palazzo Farnese è occupato solo dalle sedie vuote e dal camioncino dei tecnici che smontano la scena. Ecco che esce, con un borsone a tracolla, Valerio Bongiorno, il ‘regista-assistente sociale' dello spettacolo. E' sorridente,stanco,ma soddisfatto dello spettacolo.
Lo fermo per complimentarmi, ed ecco che per più di un'ora ci fermiamo a parlare.
E mi racconta la loro storia...
Attenti a quei tre!
La Filarmonica Clown è un trio formato da Carlo Rossi (che ha lavorato nella trasmissione RAI L'albero azzurro nei panni di Empirio), Piero Lenardon e Valerio Bongiorno. La compagnia nasce nel 1978 con una performance di Teatro di Strada dal titolo ‘Vargamès'.Poi col Centro Ricerca Teatro di Milano,è cominciato un cammino professionale eccezionalmente brillante, a fianco di grandi del teatro italiano e internazionale, approfondendo la propria vocazione alla clownerie genialmente intelligente. Perché i tre ‘mattatori' sono artisti estremamente intelligenti, e uniscono una grande cultura ad una finissima sensibilità interpretativa.
Nell'81 l'incontro che ha segnato il loro destino : Bolek Polivka approda a Milano.
Polivka, l'attore-autore-regista ceco. Polivka,che ha partecipato , non solo come attore e interprete principale, almeno a 20 film, e nei primi anni '90 ha concorso a Venezia col film ‘Sto seduto su un albero e sto bene', sfiorando per poco la vincita del Festival del Cinema come migliore attore protagonista.
Proprio Polivka,il genio,il mito, il modello, diventa il loro maestro. Ma anche il loro collaboratore, la loro musa, il compagno di lavoro, il loro grande amico.
‘Una delle prime cose che Bolek ci ha detto' spiega Bongiorno' è che cosa peggiore che buttare il proprio talento, è proprio il non rendersene conto. Se si ha un talento,bisogna usarlo per le cose importanti. Le sue parole e il suo impegno ci hanno sempre spronati a dare il meglio di noi stessi.'
Tra gli spettacoli ‘memorabili' nati da questo incontro, i tre ricordano CHICAGO SNAKES, LO STRANO POMERIGGIO DEL DOTT.BURKE (del drammaturgo e regista Sladislav Smocek - fondatore del Teatro Ringhiera di Praga -recitato a fianco di Polivka stesso) e DON CHISCIOTTE ('91).
Comincia stabilmente nell'87 l'attività di Teatro Ragazzi, approfondendo la ricerca sul comico a teatro e iniziando collaborazioni con: Bolek Polivka, il mimo Yves Lebreton,lo scrittore Luca Doninelli, Bano Ferrari, Claudio Marconi e Marcello Chiarenza,e altri grandi nomi del mondo del teatro.
La FILARMONICA CLOWN ha partecipato a numerosi festival e rassegne internazionali, come,ad esempio, quelli di Praga, Brno, Ginevra, Francoforte, Berlino, Wroclaw, Moers, Insbruck, e ha incantato mezza Europa.
Hanno recitato al Teatro Piccolo di Milano in ‘Ite,Missa est' con la regia di Luca Doninelli e nel progetto sulla narrazione.
Dall'estate ‘99 la compagnia Filarmonica Clown ha un rapporto stabile di produzione con il Teatro de Gli Incamminati.
PUCK : STORIE DI UN FOLLETTO (di Giampiero Pizzol, con la regia di Bano Ferrari),è stata votata come spettacolo di maggior gradimento dalla giuria del Festival Internazionale di Teatro Ragazzi di S. Elpidio,dove ha debuttato nel luglio del '99 (il folletto Puck è ‘evaso' dalle pagine del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, e riesce a rendersi invisibile grazie al suo magico cappello! Il teatro inteso come sogno, ma addirittura qui considerato come un personaggio, del cui immaginario vestito i camerini sono le tasche...Tutte le magie del teatro...!)
Al Teatro Verdi di Milano, nella stagione 2001/2002 del Buratto, il trio ha festeggiato il suo ventennale.
La nuova produzione per ragazzi, MASTRO PINOCCHIO di Pizzol e Dario Moretti( del quale sono le scene e la regia, mentre musica e canzoni sono firmate dal compositore Cialdo Capelli), è stata inserita nel cartellone di Segnali 2003 ( tre operai nella pausa-pranzo si raccontano la storia di Pinocchio, impersonando i vari protagonisti, mescolando però all'interpretazione le loro personalità e gli umori del momento. In un continuo gioco di teatro nel teatro, anche lo stesso Pinocchio non è interpretato da un unico protagonista, i tre operai ‘si passano' a turno il personaggio, giocandolo ognuno in modo diverso.).
L'ultimo lavoro è nato dalla collaborazione della compagnia con G.Pizzol e R. Sarti: AMLETO AVVISATO MEZZO SALVATO-commedia con fantasma, presentato con successo nel cartellone del Teatro Franco Parenti di Milano e al Verdi per il ventennale( nella commedia, la banda di clown -che Shakespeare volle becchini al cimitero di Elsinore, in qualità di custodi della vita , della morte e dell'arte-, sotto la guida del fantasma del buffone Yorick,tenta in tutti i modi di salvare Amleto, o almeno avvertirlo in tempo di ciò che sta per scatenare. Diversamente da quanto possa sembrare, la commedia non si basa sulla parodia, portando invece in scena la sola e pura arte comica, ‘come clown comanda'.).
Queste,alcune delle ‘tappe' della loro storia. Ma,per quanto si sia già scritto tanto su di loro, è sempre troppo quello che non rientra in un curriculum. Per esempio, tutta la magia che accade sul palco quando recitano..., o tutta la storia che hanno vissuto, storia personale, professionale ed artistica,nonché umana. Perché quella con Polivka è stata soprattutto la storia di una grande amicizia.
Tre clown e un regista dall'anima di clown.
Polivka è figlio d'arte, fu allevato a ‘pane e teatro', e approfondì la sua cultura teatrale e umanistica con intelligente e ‘onnivoro' studio. L'ingenium (dote naturale) crebbe sul terreno della cultura nonché dell'ars (la tecnica e l'esperienza).
Il mondo teatrale della Filarmonica Clown trova nell'opera di Polivka le sue coordinate fondamentali : la clownerie d'origine circense (con uno sguardo alla poeticissima mimica di Chaplin ),la commedia dell'arte ( basata tanto sull'improvvisazione quanto sul cosiddetto ‘comico energetico', cioè la forza della propria presenza fisica e personalità in scena) e il miracolo lirico della poesia (attinta dalla realtà con lo sguardo innocente che solo il clown o il bambino può avere, o reinventata su capolavori già esistenti, facendoci scoprire nuovi percorsi e particolari sensibilmente rilevati o introdotti ex-novo nelle opere ‘riscritte' ), portando con sé qualcosa delle ‘parabole' filosofiche di Voltaire,e condisce una lucida ironia (sospesa tra l'illuminismo dello scrittore francese, lo ‘psicologismo' scanzonato di Svevo e l'assurdo beckettiano) con la ‘pittura' popolare e giocosamente provocatoria di un Gogol' o di un Boll, e con una ‘leggerezza' di matrice calviniana, che conserva precedenti nelle indelebili tracce del surrealismo narrativo -e pittorico- italiano e spagnolo, nonché nell'umorismo apparentemente disimpegnato di tanto Palazzeschi (ad esempio, nel Codice di Perelà...).
Ma l'opera è frutto anche di una ricerca filosofico-esistenziale tutta personale di Polivka, che porta in scena il cuore del suo popolo,il bisogno di verità e di libertà, di sondare le profondità della vita.
Com'è lavorare con Polivka?
‘Bolek è un genio, che crea ex novo oppure ‘collabora' con grandi geni del passato, quando riscrive qualcosa di già esistente,reinventando e approfondendo dettagli per così dire trascurati dall'autore, e ne ricava momenti lirici degni di accostarsi alla grandezza morale del testo che li ha suggeriti. E' un grande che non ha bisogno di far sentire inferiori i suoi collaboratori : è umile e ‘alla mano'. E questo senza perdere il suo carisma di ‘capocomico'. Si mette a recitare a nostro fianco, giocando come un bambino. E quando si recita un suo lavoro, è sempre disponibile ad ascoltare la sua musa,che è popolare e generosa come lui : più di una volta ci siamo trovati a ispirargli uno spunto o una modifica al testo,senza nemmeno accorgerci, e non è accaduto di rado che grandi ispirazioni gli venissero proprio mentre ci trovavamo insieme a mangiare o a bere qualcosa insieme. Per Polivka,infatti, ‘tutti i salmi finiscono in gloria': si finisce sempre intorno ad un bicchiere di vino, perché nell'Est la libagione è un rito che suggella un'amicizia, e lo spirito conviviale è considerato il più atto a rappresentare l'unione armonica tra amici.'
In occasione dei suoi 50 anni, il regista ceco scrisse un'opera che doveva riassumere tutte le tematiche del suo teatro, e nel tempo stesso ‘tirare le somme' della sua esperienza di uomo,soprattutto in un momento in cui temeva per la propria salute : ‘La dama al balcone', dove la donna che da sempre seguiva gli spettacoli dell'attore Bolek, alla fine si rivela essere la morte.
Quasi coi brividi,Bongiorno continua a parlare, e racconta dell'indimenticabile loro presenza in quelle terre nel difficile momento della dittatura . Tre clown e un regista, invischiati nella ‘gelatina della Storia' (come direbbe Savinio).
L'attore parla della mancanza di libertà, dell'importanza del teatro in quei momenti, della censura alla quale le opere del regista ceco sono state sottoposte. ‘ Polivka era la voce del suo popolo. Le sue parole tratte dal suo spettacolo IL Buffone e la Regina - ‘Il potere non sa parlare la nostra lingua' -furono gridate nelle manifestazioni durante La Rivoluzione di Velluto a Brno e a Praga. Molti in Italia non riescono ad immaginare cosa sia stata quella dittatura che pure portava il nome di comunista,e che schiacciava il popolo in cui diceva di identificarsi: è indescrivibile l'umiliazione di quando lo Stato schiaccia l'individuo e lo tratta sempre come un bambino. Quando cadde il Muro di Berlino, noi insieme a Bolek ed ai nostri amici cechi davanti alla TV eravamo increduli e felici... Fu una vertigine, la consapevolezza di vivere un momento storico fondamentale.
Subito dopo la caduta del ‘Muro', Polivka scrisse un film critico, che invitava a prendere coscienza del presente.
Era la storia di un poveretto che nel socialismo era stato un guardiano, e con la caduta del Muro si ritrova, in virtù della ripresa del catasto del '48, miliardario! Sua la frase sottilmente ironica " Adesso vi compro tutti!", che entrò nel patrimonio culturale di un momento di cambiamento e caos, come riflessione sul nuovo sistema materialista.
Purtroppo, Polivka,dopo la caduta del regime, ha come perso la ragione che lo spingeva a continuare a lottare per insegnare la libertà al suo popolo, e dare loro la forza di credere in qualcosa: si è sentito meno motivato, come se il suo popolo avesse meno bisogno di lui... Noi confidiamo che ritrovi l'entusiasmo di quegli anni insieme, e capisca che ora più che mai c'è bisogno di una ‘guida', perché per chi non ha mai conosciuto la libertà, ottenerla senza ‘padri spirituali' che aiutino a prenderne coscienza,è come ubriacarsi di un'anarchia che può portare a creare nuove schiavitù, come la corruzione,ad esempio,o la perdita di valori essenziali in nome di un folle materialismo.'
‘Quel Don Chisciotte è stregato!'
Qual è l'opera che amate di più rappresentare?
‘Mi permetto di rispondere con sicurezza anche a nome dei miei due colleghi: Don Chisciotte, senza dubbio!
Quel Don Chisciotte è stregato!'afferma Bongiorno,rapito.'Per noi e per il pubblico. Tutte le volte accade qualcosa di nuovo. Sebbene tutto sia attentamente e minuziosamente costruito e curato, come per un sortilegio,sembra avvenire lì,in quel momento e
con quel pubblico,coinvolto suo malgrado nella vicenda.'
‘Per esempio' prosegue l'attore,che tra l'altro è organizzatore della compagnia e operatore teatrale (nella direzione artistica e organizzativa della Rassegna Internazionale Clown di Milano dal '91), questa sera, a Piacenza, mentre Don Chisciotte stava morendo, ecco... alzarsi nel silenzio della scena, dalla vicina caserma il suono della tromba che intona Il Silenzio. Mentre recitavo mi è venuto da piangere.' confessa,commosso.' E non è l'unica volta che accade qualcosa che dall'esterno interagisce con lo spettacolo, dandogli ulteriore veridicità, quasi che la natura o il mondo escluso dal sistema palcoscenico-pubblico volesse partecipare a tutti i costi, non volesse rimanere escluso dalla magia dello spettacolo. Per esempio, una sera eravamo in tournè nel Salento a Ginosa , e il palco era sistemato ai piedi di due grosse rocce divise dalla Gravina , c'era una enorme luna. Sopra di noi, non visibile, si trovava un ristorante. Don Chisciotte stava guardando proprio la luna, come esigeva una certa battuta, e in quel momento, dal ristorante proviene l'urlo di un ubriaco che dice il suo nome. Carlo (Don Chisciotte), allora gli risponde: ‘Ciao Mario! cosa fai sulla luna ...!', e lo invita a scendere tra noi,tra gli uomini, e il momento assume un ‘supplemento' di poesia inaspettata, che si rivela anche a noi,come per la prima volta...'
Ma per spettacoli come questo,in cui si è costretti ad improvvisare,quanto è importante il pubblico?
‘Il pubblico per un clown è tutto. Gli spettatori, nei lavori di Polivka,tutti metateatrali, diventano ora aiutanti, ora comparse, e comunque il loro stesso sguardo, le loro stesse emozioni sono co-protagoniste nella magia dell'opera rappresentata.
E' la gente il centro dello spettacolo. Bolek lo sa. Non umilia il pubblico, non lo fa sentire inferiore, si mette al suo fianco e lo ‘istruisce' ridendo. Gli regala profondità che non saprebbe raggiungere da solo, lo porta nel bel mezzo della verità, dell'umanità. Col sorriso. Gli insegna la strada più facile per raggiungere la parte più autentica dell'uomo, senza tante filosofie, col sorriso, appunto.'
Il Don Chisciotte è in repertorio da ormai 13 anni, e fin dal primo spettacolo è stato meritevolmente osannato dalla critica e si è reso indimenticabile per il pubblico, forse proprio perchè ‘ci sono opere teatrali che sono come torte a strati : c'è sempre qualcosa da scoprire e su cui riflettere. ‘Don Chisciotte' e ‘Amleto avvisato mezzo salvato' ne sono due magnifici esemplari. '.
‘Polivka ha creato il Don Chisciotte plasmando i personaggi su di noi. Ed è intervenuto sul testo stesso, mentre lo recitavamo con lui nelle prime prove, per adattarcelo meglio, o per seguire l'ispirazione che gli suggerivamo, proprio mentre vedeva vivere i suoi personaggi,in noi.' .
Perfetti scene e costumi, ad opera dell'estro di Jaroslav Milfajt : un Don Chisciotte su trampoli di gesso e un Sancho che indossa un pagliaccetto imbottito che lo rende simile ad un enorme bebè con tanto di pannolone; sulla scena,una specie di scala che alla fine si rivela una pala del mulino.
Questa la trama:Don Chisciotte della Mancia e il suo fedele scudiero Sancho Pancia vagano alla ricerca di Dulcinea, quando...dalla platea giunge una voce che ferma tutto, e irrompe sulla scena un personaggio che pare non c'entrare nulla... E,infatti,è il regista. Regista? Sì,perché si tratta di una rappresentazione che Cesare Vincente (Carlo Rossi) e Pino Picia (Piero Lenardon) stanno facendo per ‘il centro'. Il regista (Franco Zenoni-alias Valerio Bongiorno) ,chiamato dai due personaggi ‘Merdlino', scandendo impietosamente con delle nacchere lo svolgimento della rappresentazione, indossa sulla nuca una maschera di donna, e impersona così Dulcinea. Ma Cesare-Don Chisciotte crede davvero che sia Dulcinea, e ci strappa l'anima il suo dolore di perderla ogni volta che Merlino-Franco si gira di scatto, in un walzer di equivoci. Che Cesare,quando interpreta Don Chisciotte, s'immedesimi troppo nella realtà della finzione? Che grande attore! E invece, ecco che,brutalmente, il Regista ci dice che è un assistente sociale, e Cesare è un alienato mentale maniaco, mentre Pino viene svergognato come alcolista cleptomane con atteggiamenti infantili. Ed ecco che,in groppa a Ronzinante (una scopa con la testa di panno di un cavallo), arriva il momento del duello col mago (e qui l'assistente sociale,che interpreta l'avversario dell'hidalgo, vuole crudelmente sovvertire la storia, per poter vincere), e,dopo che i due folli hanno ‘imparato la lezione', recitano infine la morte di Don Chisciotte che, ucciso dalla sua allucinazione (il mulino a vento che credeva un mostro!), in un momento così supremo, esce dalla finzione (o vi entra, risucchiato per sempre dalla realtà della rappresentazione, dimostrandoci un'inquietante identità tra Teatro e vita?) e pronuncia il suo nome vero (Cesare), mentre un fantoccio bianco (che rappresenta la sua anima),legato ad un filo, sale in alto...
Sorprendente e rara la levatura artistica tanto dell'opera quanto dei degnissimi attori.
IL CLOWN SANERA' L'UMANITA'.
Niente è casuale nel ‘miracolo' del Don Chisciotte.
Non per nulla notiamo che ("nomen omen"! ) il ‘regista-assistente sociale' porta il nome di Franco Zenoni, richiamando lo Zeno sveviano, e proprio nella Coscienza di Zeno, l'iniziale del dott. ‘S.' richiamava giocosamente il nome di Sigmund (Freud), oppure l'iniziale dello stesso Svevo.
Sanità presunta e lucidità di una malattia mentale sono temi-chiave dell'opera dello scrittore triestino, ma si affacciano (con minor leggerezza) anche in Pirandello, soprattutto in quella commedia che nel '36 (poco prima della morte del drammaturgo siciliano) sarà tradotta in napoletano dal grande Eduardo De Filippo : ‘Il berretto a sonagli' ,nella quale il protagonista,Ciampa, esclama : ‘La follia è una grazia!',spiegando che fingersi (o essere) folle solleva dal peso delle responsabilità delle azioni, e concede l'opportunità di dire e fare ciò che si pensa (come nell'Enrico IV).
Proprio tra follia e lucidità si giocano i tre ‘step' del mondo clownesco di Polivka, e proprio tre sono i Filarmonica Clown...
‘Il comico non è per forza colui che fa solo ridere' dice Bongiorno ‘ Come diceva Beckett , non c'è nessuno più comico dell'infelice.'.
Infine,mi permetto di aggiungere io, il comico è quello che ‘svela' la realtà, quello che gira nei suoi buffi panni come Diogene nudo nella botte,e con una lanterna in mano: ‘cerca l'uomo'... E' tanto irresponsabile come un ‘io' che sogna, o un bambino che fantastica, eppure è ‘appesantito' da tutta la saggezza del mondo...E' specchio del pubblico, che ritrova nel ‘buffone' la sua parte più autentica e infantile, ma anche quella più profonda,che giace sotto la ‘maschera' (nel senso pirandelliano).
Comico,tragico e ‘filosofico' : ecco che lo spirito trino del Teatro si ritrova nell'unità della Filarmonica Clown , pur dividendosi nelle sue tre essenze: il compito di trascinare e conquistare il pubblico spetta all'esilarante clownismo di Lenardon (non senza molteplici sfaccettature) , il binomio solitudine-follia (con immancabili e sottintesi rimandi che slittano dalla malattia alla vecchiaia) è affidato alla sottile sensibilità (e nelle doti finemente tragiche) di Rossi , mentre Bongiorno incarna il difficile ruolo di personaggio onnisciente e rassicurante, che ‘traduce' il codice del sogno-follia nel linguaggio reale del pubblico.
Paradossalmente,proprio questo terzo personaggio che pare esterno alla vicenda, col suo continuo richiamarci alla realtà, con il continuo ‘disturbo' antilirico che ci dà la sua razionalità, dissolvendo l'incanto scenico, insinua in noi il sospetto che quella leggerezza comica nasconda una tragedia (la follia, l'alcoolismo) che non vogliamo accettare, e si dimostra più ‘pericoloso' dei due ‘pazzi', e raccoglie tutta la nostra diffidenza, perché ci mostra l'esistenza di una realtà che preferiremmo non vedere, quando ormai ci ha conquistato il mondo dei bambini e dei folli, un mondo di cui non abbiamo avuto paura, se non nell'attimo in cui ci è stato rivelato come tale.
Se all'inizio ci ‘fidiamo' dell'assistente sociale che ci può ‘proteggere' e preparare alle reazioni dei due pazzi, alla fine ci si rivela sottilmente crudele, sfruttando l'allucinazione e la schizofrenia di Cesare per rendere più verisimile lo spettacolo e svergognando continuamente i due pazienti del ‘centro', per poi voler ribadire la sua superiorità mentale e ‘umana' nel voler vincere a tutti i costi il combattimento.
Il personaggio dell'assistente sociale attira a sé la nostra non ammessa repulsione per la troppa razionalità, e ci libera da una, per così dire, "FORZA DI GRAVITA' RAZIONALE".
Preferivamo forse non sapere,e vivere il sogno-finzione-follia, vivere ciò che Cartesio nella sua Sesta meditazione chiama ‘quella incertezza così generica del sonno, che non si riesce a distinguere dalla veglia'.
Non è a sproposito che è emerso il tema del sogno : è nel sogno,del resto,che si compie l'apoteosi del doppio, attraverso lo sdoppiamento tra io sognante ed io sognato (Caillois) , come qui accade con Cesare Vincente-Don Chisciotte della Mancia e Pino Picia-Sancho Pancia.
Il mondo di un hidalgo che crede che un mulino a vento sia un mostro,alla fine non è che il mondo onirico,soggetto a deformazione ( l'anamorfosi di cui parlò Freud) , ed è proprio il sogno, spazio ambiguamente sospeso tra reale e irreale, nonché lo strumento ideale per varcare i limiti in cui la veglia ci confina, a consentirci di ‘impazzire ogni notte in modo tranquillo e sicuro' (come scrive Beguin nel suo saggio ‘Teatro del sonno.').
Il primo clown (Pino-Sancho) ci invita e porta, coll'apparentemente innocua follia del comico,nei territori di una bizzarria ‘tranquilla',accettabile. Ma già il secondo clown (Cesare-Don Chisciotte) incrina questa innocenza,con l'ombra del tragico.
Potrei qui riportare l'affermazione della studiosa R.Jackson (tratta da ‘Il fantastico: letteratura della trasgressione'), : ‘il fantastico è una presenza spettrale sospesa tra l'essere ed il nulla. Esso prende il reale e lo rompe.' : così il capolavoro di Polivka lascia che accettiamo come reale una rappresentazione, e poi irrompe con una seconda realtà,mettendo in dubbio la prima. Esso, una volta svelata la metateatralità, fa ‘saltare' anche l'attendibilità del reale, e ci rende impotenti a reagire, ci disarma e conduce a considerare reale ogni cosa rappresentata su quel palco : anche la morte di Cesare.
Ma la sua azione si estende anche in senso morale e pedagogico : ci conquista con la sua comicità ( secondo il principio oraziano ‘Miscere utilia dulcis') ,e poi ci porta in terreni ‘spinosi' che altrimenti ci rifiuteremmo di visitare : la ‘rivelazione' del terzo clown è ‘scomoda',inquietante, ma costringe alla riflessione,provocando scosse emotive e squarci nella ‘parete' della coscienza (più di quanto già il trio faccia clownescamente nella ‘quarta parete',coinvolgendo il pubblico)... E' questa l'invasione più temibile. E' qui che si può avere ‘paura' di un clown : paura che ci mostri una verità scomoda, o disinneschi i nostri sistemi di difesa, mettendoci davanti alla meschinità dei nostri pregiudizi o alla nostra inumanità...
Spesso la fantasia riscatta un'umanità senza possibilità di appello : grazie al mondo di sogno che il teatro gli dona, un povero demente trova nella finzione e nella letteratura una dignità morale e una nobiltà d'animo che la vita normale non vuole concedere di riconoscergli.
E' il teatro che lo rende più uomo. Come è la fantasia, la semplicità di ritrovare ‘il fanciullino', il solo mezzo per trovare l'unica felicità possibile.
Così il Clown si trova ad essere davvero l'unico in grado di curare l'umanità da aridità e cinismo, è il Clown l'unico assistente sociale di cui tutti avremmo bisogno.
ULTIMO ATTO ( ...PER ORA... )
Se i tre della Filarmonica Clown sono stati da Polivka stregati, noi lo siamo stati da loro. Impossibile,infatti,è stato resistere dallo scrivere all'indirizzo che mi ha lasciato Bongiorno, e non chiedergli le loro prossime date. Risponde subito e con grande cortesia, leggendo tra le righe che ancora una volta è capitato il miracolo : un'altra ‘vittima' dei sortilegi di Polivka e dei suoi tre ‘moschettieri'. Ed ecco che il 12 luglio mi trovo ad Adro, in provincia di Brescia, per assistere a ‘Robinson e Venerdì', appuntamento del IV Festival Internazionale di teatro ragazzi e giovani di Sebino e Franciacorta ‘Il canto delle cicale', organizzato da Angelo Pennacchio,direttore artistico del Teatro Telaio di Brescia, il quale opera da ormai 20 anni sul versante del teatro per ragazzi, con spettacoli (anche di propria produzione) e laboratori per scuole (dalle materne alle superiori), grazie anche alla collaborazione con Domenico Franchi (assistente del celebre scenografo Frigerio che lavora nella stagione lirica alla Scala di Milano).
Questa volta i clown non sono in tre: manca Bongiorno. I tre artisti lavorano,infatti,anche singolarmente, avvalendosi della collaborazione di altri attori, per arricchire il loro bagaglio di esperienze lavorative e riportare nuovi stimoli all'interno della loro compagnia.
Lo spettacolo è, inutile a dirsi, degno dei discepoli di Bolek Polivka. L'adattamento di Pizzol e la regia di Bano Ferrari hanno incontrato nello spirito magicamente clownesco di Rossi e Lenardon (un uomo che si ritrova tutta la vita addosso la più bella maschera di clown mai creata !) la migliore realizzazione teatrale.
Esilaranti tutte le ‘trovate' : dall'inno inglese cantato in coro con gli uccelli dell'isola tropicale,mentre si alza uno sporco calzino con su una bandiera inglese, alle liti tra il naufrago e l'invisibile mucca, al vento che scuote la scatola in cui Robinson dorme accartocciato su se stesso, i dialoghi col ritratto del padre che,caduto in acqua, il protagonista rianima con un massaggio cardiaco, dall'arrivo del selvaggio Venerdì che si finge un pappagallo sulla spalla di Robinson bendato (‘Pappagallo o vitello?'), alla scena in cui l'indigeno si finge l'immagine riflessa nello specchio, al fucile che spara quando scoppiano i palloncini, e molte altre.
L'insolita commedia tocca tematiche estremamente profonde : il problema della solitudine (su un'isola ‘sperduta come una stella'...), l'incontro con il diverso, il roussoniano mito ‘del buon selvaggio', l'universalità di Dio (chiamato da Venerdì

‘Beneamuchi', nome che indica bonariamente il Bene Supremo, colui che è l'insieme di tutti i beni e al tempo stesso li elargisce - ‘a mucchi'- ), oltre le particolari religioni, l'amicizia (Venerdì rinuncia,per il suo nuovo amico, a mangiare uomini!), l'arricchimento culturale e la tolleranza, ma anche le nevrosi,le false certezze e i limiti umani del cosiddetto ‘mondo civile', rappresentati da Robinson, ‘impazzito di solitudine', un ‘folle' Ulisse alla deriva del mondo.
La sproporzione tra mezzi e fini, intenzioni e fatti, individui e ambiente è uno dei più importanti meccanismi del comico, e il lavoro del clown riesce a proiettare gli ossimori della comicità nella coscienza del pubblico, che si ritrova, non sapendo come, a ripensare a se stesso.
Grande la poesia del momento in cui Venerdì spiega l'origine della pioggia ( ‘quando Beneamuchi si fa male, piange, e le sue lacrime diventano fiumi che arrivano nell'oceano...) e del mondo, in cui gli alberi sono nati quando Beneamuchi vi ha gettato una ciocca dei suoi capelli, e il vento è la sua voce..., e interessante il momento in cui Robinson, preoccupato della religiosità del nuovo amico (più saggio e meno filosofo), con una Bibbia in mano,tenta invano di rispondere alla sua domanda : ‘Perché Beneamuchi non uccide il diavolo? Perché c'è il male...?'
Alla fine dello spettacolo, mi apposto sotto il palco e aspetto... Dopo poco appare Carlo Rossi (l'Empirio di L'Albero Azzurro!) e mi dice "...ma non ci siamo già visti da qualche parte?" e così, seduti al tavolo del bar lì vicino, raggiunti anche da Piero Lenardon, inizia,davanti ad una birra, più che un'intervista,un'altra chiacchierata che spontaneamente i due attori conducono per quasi due ore, lasciando liberamente emergere i ricordi dei loro venti anni di attività teatrale, assumendo espressioni di grande nostalgia quando si nomina l'amico lontano Polivka,il grande assente.
E si aggiungono nuovi ‘tasselli' al ‘mosaico' della figura del Maestro : la collaborazione con lo slovacco Yakubisko (il quale fece un film con la Giulietta Masina), i film e il teatro,...
-Nel vostro teatro tutto sembra accadere naturalmente prestabilito, come secondo copione, qualunque sia il pubblico con cui interagite...Il trucco c'è,ma non si vede, come certi abiti di sartoria,in cui non si notano le cuciture...
‘ Il trucco c'è,ma non si vede! ‘ ripete,ridendo,Rossi. ‘Il rischio è calcolato' : forse perché in quel momento essi ‘sono' i personaggi, e riescono a pensare,parlare e agire proprio come se fossero viventi,mai fissati da un copione.
‘Fondamentale per la riuscita dello spettacolo è armonizzarsi col pubblico : quando il pubblico è giovanissimo, occorre calcare sulla gestualità, mentre gli adulti apprezzano maggiormente la comicità verbale, intellettuale'.
Interrompe Lenardon : ‘Il comico non è un mestiere, né un espediente,e tanto meno un pretesto. Attraverso la comicità, mettiamo nel pubblico il ‘seme' di una riflessione. E' una missione. Occorre arricchire il linguaggio comico di tutte le sfumature dell'umanità.' ci tiene a sottolineare.
-Quali sono i vostri ‘pezzi forti' ?
Lenardon : ‘Quello di Polivka che preferisco,dopo,naturalmente il Don Chisciotte, è ‘L'ultima caccia',di cui abbiamo scritto insieme la versione italiana. Con Bolek è uscita la nostra parte migliore. Ci ha aiutato a trovare,nello spirito del clown, qualcosa di cui ora non riusciamo più a fare a meno.'
Rossi (dopo una lunga pausa di riflessione) : ‘Personalmente credo straordinario ‘Il buffone e la regina'. Ma anche ‘La dama al balcone', l'ultimo spettacolo che abbiamo recitato con Polivka, a S. Arcangelo, nella parte di due ‘custodi'. Don Chisciotte,comunque, resta un prodigio isolato : è il caso di una riscrittura geniale su un testo geniale. Il genio è una specie di profeta. E Bolek Polivka è un genio. Per questo è stato il ‘profeta' del suo popolo. E noi speriamo che capisca di aver ancora tanto da dire...' e si fa di nuovo pensieroso.
Lenardon : ‘Con lui abbiamo fatto tanto ‘artigianato in amicizia'. Perché un attore è un artigiano. Ma se è anche clown, va oltre l'arte ed è soprattutto uomo.'
- In particolare, quali rappresentazioni hanno lasciato in voi un ‘segno'?
Rossi: ‘La replica nel carcere femminile di S.Vittore, nel posto dell'ora d'aria. Alcune erano vestite da sera. Non dimenticherò mai la lunghissima coda che si formò alla fine dello spettacolo : tutte vollero stringerci la mano,commosse. Avevamo regalato loro la libertà del sogno...'
Lenardon : ‘ Abbiamo recitato anche nel carcere maschile di Bergamo. Ma quelle donne ci hanno commosso...'
-Quanto è importante essere attore per poter scrivere teatro?
Rossi : ‘ Aiuta molto. Polivka è un uomo di teatro completo. E sa cucire le opere addosso agli attori con cui lavora. Anche noi ci siamo ‘cuciti' addosso delle opere che abbiamo scritto insieme : Meandris, Homeless, Ladies & Gentlemen (che abbiamo tradotto in tedesco nella nostra tournèe in Germania,con tappa a Francoforte). Con Valerio, tra gli altri lavori, ‘Artù e Merlino' sull'amicizia e sul destino (con la regia di Bano Ferrari). Tutti e tre,con Polivka, abbiamo scritto Chicago Snakes. E adesso stiamo lavorando con Letizia Quintavalla in una produzione su S.Francesco.'
Rossi ha scritto diversi lavori teatrali e curato alcune regie. In particolare, ha riscritto insieme alla Contrada ‘Dalla terra alla luna' (tratto dal romanzo di Verne).'
-Nel celebre discorso del Nobel, Montale si chiese,polemicamente, se in un mondo in cui l'arte è tentata di diventare un'industria dello spettacolo, è ancora possibile la poesia. Cosa ne pensate sul comico in tv?
Lenardon: ‘Purtroppo il comico in tv è spesso plasmato su un pubblico pigro, che non vuole essere sorpreso, che si accontenta di sentire dei ‘tormentoni' in cui si ripete in innumerevoli varianti una qualche trovata indovinata. E' come avere un unico spettacolo, anzi, solo qualche ‘giro' di battute, sempre le stesse, e doverle ripetere per un anno intero, in mille modi diversi, ma permettendo al pubblico di prevedere come ‘cade' la battuta. Forse va bene così, ma noi preferiamo stupire sempre il nostro pubblico, cerchiamo la magia dell'arte, non il momento della barzelletta. Programmi pur riuscitissimi come ‘Zelig' forse potrebbero essere una ‘prigione' per chi ama il teatro ‘vivo'. Aldo,Giovanni e Giacomo hanno,per esempio, tentato la via del cinema, proponendosi di arricchire la loro comicità con una ‘filosofia' per così dire ‘minimalistica'. Il cinema ci ha tentato da sempre, ma,una volta deciso come entrarci (da attore, da autore, da produttore?), e quale pensiero si vuole trasmettere (e ciò,che è molto soggettivo,diventa difficile da stabilire quando le teste sono tre!), resta il problema della quantità di denaro che occorre per fare un film. Il teatro è più povero. La sua vera ricchezza è la fantasia. Essa non si ‘pesa',né misura, insomma,non è un ‘prodotto industriale' fatto in serie. E' una magia.'


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