Il patrimonio di Milano è la cultura che supera anche i confini italiani

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Intervista a Luca Doninelli di Antonio Bozzo. «Il Giornale», 14 luglio 2016.

Lo scrittore parla di “Sguardi sulla città. I maestri di Milano” la rassegna teatrale dedicata a grandi autori.

«Dal passato alla storia. È il salto di qualità che dobbiamo fare. A Parigi, se canti La vie en rose intoni un brano Patrimonio dell’umanità. Perché non può essere lo stesso per le canzoni di Jannacci?». Luca Doninelli, scrittore di vaglia, selezionato nella cinquina del Campiello con l’ultimo romanzo Le cose semplici («in questo periodo mi chiedono tutti di quel premio, meno male che con lei parlo d’altro»), presenta cosi la rassegna teatrale Sguardi sulla città. Nata da un suo progetto per il Teatro de Gli Incamminati – in collaborazione con LabArca, Fabbrica dell’Esperienza, Nuovo Teatro Ariberto, Rosetum -, si parte stasera alle 21, in via Marco D’Oggiono 1, con Senza filtro, uno spettacolo per Alda Merini, della compagnia Eccentrici Dadarò. «Alda è il primo dei quattro nomi che portiamo in scena quest’estate. L’ambizione è proseguire: tanti hanno reso grande la nostra città. Per ora, dopo la poetessa Merini, seguiranno Elio Pagliarani, Enzo Jannacci e Carlo Emilio Gadda».

Lei è innamorato di Milano, dica la verità. «Innamorato no, lo sono di due città, Parigi e II Cairo. Nella capitale egiziana incontri subito l’uomo. A Parigi, ogni volta ho il colpo di fulmine. Milano è come una donna che ami, ma senza passione. Ti accorgi poi, dopo anni (io qui vivo da quattro decenni), che è la donna giusta, la moglie ideale, e che forse te ne sei innamorato e non la cambieresti con nessun’altra». Che cosa ha di speciale, Milano? «Con Napoli, è l’unica città italiana a non essere provinciale: lei provi a diventare fiorentino, o romano, e capirà quel che dico. È una città adottiva, che continua a essere fondata, mentre Roma ha i suoi padri, è stata fondata da Romolo e Remo. Milano l’hanno reinventata gli Sforza, Sant’Ambrogio, Leonardo, Strehler, il premio Nobel Natta, i grandi poeti, gli architetti. Nessuno la possiede in esclusiva, scriveva nel 1200 il suo cantore Bonvesin de La Riva». Cosa possiamo fare per valorizzarla? «Guardi che all’estero, a New York come a Berlino, quando parli di Milano si mettono sull’attenti. Per capirla bisogna essere nati fuori dalla Cerchia: nessuno comprende così poco la vera Milano come chi se ne resta in centro, nel guscio di noce della città storica. Il mio amico Mario Botta, grande architetto che vive a Mendrisio, in Svizzera, si sente milanese, e ha ragione: la città si estende fin là, supera non solo la piccola Cerchia dei Navigli, ma le circonvallazioni, le tangenziali e persino i confini di Stato». E i nostri grandi possono parlare a tutti, vero? «Verissimo. Il mio sogno? Tradurre le canzoni di Jannacci, vere poesie da leggere, anche in cinese. E tradurre in italiano e milanese i grandi poeti cinesi. Mettere insieme, far conoscere. Uno dei doveri della cultura è questo. Confido sul teatro. Vorrei imbastire conferenze-spettacolo. Ne ho in mente una su Gio Ponti, il grande architetto e artista che ha progettato il grattacielo Pirelli. Inviterei a parlare di lui Alessandro Mendini, star del design. Non per fare la semplice storia di Ponti, ma per scoprire il suo punto di vista su Milano». Come siamo messi, in Italia, a livello culturale? «Tutti vogliono comprare l’Italia, noi facciamo diventare moda ogni cosa che nasce all’estero, a partire dalla letteratura americana: là ha senso autentico, se noi la imitiamo diventa una banalità. Abbiamo grandi bellezze artistiche, brand di sogno come la Ferrari, poi facciamo gli aeroporti più brutti del mondo. Da vergognarsi nella terra del Duomo, di Leonardo, di Giotto, del Colosseo».

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