Branciaroli: “L’ironia salva dalla vecchiaia. Così gioco sulla condizione umana”

Franco Branciaroli - Teatro de gli Incamminati - teatro prosa - Milano - direttore artistico Brescia

di Michela Tamburrino. «La Stampa», 14 marzo 2016.

Paura d’invecchiare? Di morire? Essere già anziani e tendere alla giovinezza? Franco Branciaroli, attore, regista e autore, su questa condizione che è anche la sua, ci ride sopra riservandosi anche il lusso di buttarla in parodia. “La parodia è l’unico modo per divertirsi a scrivere testi. Lo avevo già fatto con il Don Chisciotte nel quale imitavo Carmelo Bene”. Così Branciaroli ha preso Finale di Partita, testo a lui caro, e l’ha fatto diventare Dipartita Finale. E con un poker d’assi d’attori ha rappresentato l’incresciosa ilarità di una vecchiaia e di una morte che ormai paiono non esistere più. Fino alla battuta, finale.

Branciaroli, lei è in tour con questo spettacolo che incuriosisce anche i giovani. Perché?

“Mentre uno spettatore anziano guarda alla sua vita e ad attori che hanno caratterizzato il suo passato teatrale, il giovane assiste a una sperimentazione che ha trovato un risultato. Un ragazzo smaliziato lo capisce quando la grammatica teatrale è esatta. Quando tutto funziona si sente che la ciambella è venuta con il buco. Ha un po’ a che fare con la “Settimana Enigmistica”, il drammaturgo non è uno scrittore, ma un organizzatore teatrale, non crea nulla, avanza su macerie precedenti. Allora viva la parodia, un modo più moderno per affrontare temi pesanti”.

Una ciambella impastata con grandi attori

“Certo, forse è il nostro ultimo viaggio e chi viene a vederci un po’ ci pensa che qualcuno di noi tra qualche anno non ci sarà più. L’emozione è grande come la nostalgia e la malinconia. Si genera una connessione emotiva. Gianrico Tedeschi ha 96 anni, Ugo Pagliai ne ha 79, io ne ho 69, Maurizio Donadoni, il più giovane, fa l’immortale. L’ammontare anagrafico complessivo è di 300 anni. Quattro persone in un rifugio antiatomico che aspettano la fine, alle prese con le ultime questioni.

E di che si ride?

“Di una storia lunare più che assurda. È un western, un gioco da ubriachi sulla condizione umana dei nostri tempi. Odio i testi di sociologia e di cronaca contemporanea, si è persa la differenza tra dramma e sceneggiatura. Qui si parla di vecchiaia in altro modo, è il non finire mai. Si resta giovani con le medicine, le tinture, lo sport, il crollo arriva all’improvviso. Ecco il trauma e la depressione. Succede perché si incontra la morte senza averla mai conosciuta. Evidenziandolo in maniera farsesca, ci si ride.”

E lei ci pensa?

“Io faccio parte di quelli che vivono in linea retta e non ci pensano. Invece bisognerebbe avere un rapporto migliore con la finitudine, filosofico”.

Nell’attesa prepara un Macbeth che andrà in scena al Piccolo di Milano

“Che mi pone non pochi problemi. A nessun attore è andata bene con questo ruolo. È un personaggio imprendibile, un testo strano, con protagonista uno che ha due caratteri, prigioniero della sua immaginazione.

Andata male a tutti?

“Fallimenti. La cronaca riporta di Ruggero Ruggeri, di Olivier che lo fece due volte. Io lo avevo portato a Verona, regia di Sepe, un disastro totale. Nella ricorrenza shakespeariana lo riprendo con la regia mia. Gioco la carta della decostruzione, di un Macbeth che cerca il vuoto e non sta bene nella vita e nel mondo, ci sono frasi che portano a pensare che volesse la sua presenza come un’assenza e la sua assenza come presenza. Ho intuito questa verità, forse se riesco a farla sentire, può darsi che ce la faccia. Ma se la prendo dal lato del potere e dell’ambizione, vado a sbattere. Anche Lady Macbeth è una parte di lui, tanto che finisce sonnambula e suicida. In lei la decostruzione diventa distruzione.”

Personaggio contemporaneo

“Il mondo non è libero dai Macbeth, persone che inavvertitamente fanno del male a loro e a quello che sta loro intorno. L’antenato di tutto questo è Romeo. Anche lui sta male nel mondo. Prima illude Rosalina, poi prende Giulietta e la porta alla morte, persone molto melanconiche”.

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