“Cyrano” a Borgio Verezzi. Il trucco c’è ma incanta sempre

di Osvaldo Guerrieri. «La Stampa», 12 luglio 2014.

Si ha un bel dire che il Cyrano de Bergerac è un trucco, che il suo autore Edmond Rostand è riuscito a confezionare una furbissima miscela eroica, borghese e sentimentale infiorandola di versi facili e di facile effetto. Tutto vero. Vergogna però a chi lo dice, poiché costui non saprà mai spiegare il travolgente successo che dal 1897 accompagna questa guasconata poetica imperniata sulla deformità fisica (il naso!) e sull’amore per interposto corpo (Cyrano detta parole con cui quel salame di Cristiano conquista il cuore della bella Rossana al posto suo). Non c’è niente da fare. La generosità di Cyrano e i suoi fallimenti sentimentali travolgono ogni resistenza.

Lo si vede anche al festival di Borgio Verezzi inaugurato da un Cyrano senza fronzoli diretto a quattro mani da Matteo Alfonso e Carlo Sciaccaluga. Caratteristica dello spettacolo è il suo collocarsi fuori del tempo e dallo spazio, in una astrazione che privilegia i sentimenti e i meccanismi del dramma. Ciò rende plausibile qualche minuscolo «tradimento». Per esempio: Cyrano presenta a De Guiche i suoi cadetti, ma non dice «Questi sono i cadetti di Guascogna»; dice «Noi siamo i cadetti di Guascogna» e lo fa inneggiando e battendo i piedi come se la congrega fosse allo stadio.

Il gioco va che è un piacere, esalta e commuove, sfida l’epopea popolare con le scene della battaglia di Arnas e offre agli attori infinite palle gol, tutte sfruttate a dovere. Antonio Zavatteri è un Cyrano di bellissima grana anarchica e poetica. Silvia Biancalana dà a Rossana civetteria, carattere e dolcezza, Filippo Dini fa di De Guiche un pavido capace di riscatto, Vincenzo Giordano è Cristiano. Gli altri, insieme con loro, portano buone rime al trionfo finale.

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