“Dipartita finale” la pièce di Branciaroli

foto Alessandro Fabbrini

di Aldo Colonna. «Il Manifesto», 27 febbraio 2016.

Una baracca fatiscente lungo la sponda di un fiume, all’interno tre barboni che aspettano la fine. La loro grama esistenza sembra completarli, uscire dalla loro dimensione potrebbe perderli davvero e in fondo la compagnia che si fanno risulta essere più carica di passione di quanto non si creda. Fino alla visita di un personaggio, folkloristico quanto enigmatico, che rappresenterebbe la Morte ma che è ininfluente; essi sono già morti dentro e la loro totale assenza di paura rende la visita pleonastica e succede pure che sia la Morte a morire… Questa l’ambientazione e il plot. Branciaroli fa della sua pièce un contenitore nel quale immettere un’esperienza di teatro ammirevole con una messe pressoché sterminata di riferimenti e rimandi, felice per lo più con qualche ragionevole cedimento. Inutile dire che Dipartita finale costituisce un aggancio non banale, anche se sfacciato, al teatro di Beckett. Il riferimento obbligato è a Finale di partita ma i temi affrontati ci rimandano, pure, ad Aspettando Godot e a L’ultimo nastro di Krapp. Siamo in attesa di qualcosa che mondi i nostri peccati e dia un senso alla nostra vita ma è un’attesa vana perché dare un senso alla vita spesso conduce alla follia (Rosseau). Moriamo ogni giorno e la consapevolezza della morte incombente e della morte interiore rendono quella fisica assolutamente estranea. Nessuno verrà a salvarli, l’unica risposta ai loro deliri è una escavatrice che raderà al suolo la baracca. Se mai lo farà. C’è in questa attesa come sospesa nel tempo Ionescu, Freud, Italo Svevo, i Piccoli di Podrecca, Buzzati, Levi-Strauss, Flaiano, in un inanellarsi di dissertazioni escatologiche attraverso, mi si passi il bisticcio di parole, argomenti scatologici. L’assunto è tragico: che morte non voler più morire (direbbe Pavese). Pol batte i piedi in continuazione per convincersi d’essere ancora vivo e in un’epoca in cui viene sancita la morte di Dio si erigono falsi totem (Berlusconi, Funari) ed è la babele delle lingue (nello specifico il mélange di parlate vernacolari, il toscano, il napoletano, il romanesco, il lombardo) a sancire una incomunicabilità oramai fatta misura dei rapporti tra umani. I rapporti camerateschi, il filo che unisce (e non divide) i tre sopravvissuti, le loro dissertazioni auliche contribuiscono a rafforzare le corde di quella zattera della Medusa che li ospita e che sembra destinata al naufragio(?). Il pubblico ride come se assistesse a un vaudeville ma non ha ben compreso che sul palco viene rappresentata la fine dell’umanità e, quindi, anche la sua.
Le interpretazioni di Pagliai e di Donadoni hanno venature di grandezza, Gianrico Tedeschi sembra vivere e voler morire sul palcoscenico (e pensiamo che lo agogni), il birignao del linguaggio di Branciaroli a tratti disturba ma non importa: lui ha la funzione del puparo, nonché autore dell’ammirevole testo mentre aspettiamo di godere ancora, in futuro, della sua scrittura drammaturgica.

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