Dipartita finale

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di Paola Ornati, Teatrionline, 22 luglio 2014

Quando ci rivolgiamo all’arte, lo facciamo per trovare in essa un senso per la nostra esistenza.
Quando leggiamo un libro, quando guardiamo un film, osserviamo un quadro, andiamo a teatro… il nostro cervello si sostituisce completamente a noi e cerca all’interno dell’opera d’arte un racconto che risponda ad una nostra domanda esistenziale.
Larte come metafora della vita!
…Solo che ci dimentichiamo un particolare: una metafora è tanto più grande quante più immagini risveglia nel cuore dell’uomo.

Teatro Franco Parenti, Sala Grande. Il sipario si apre su tre personaggi che attendono una fine. I due Morituri che stanno finendo di finire (l’immobile Pol e l’imperfetto moto perpetuo Pot) e l’Eterno (lo sdraiato Supino) aspettano ognuno la dipartita finale, sua o dei suoi compagni. Una morte (indeterminata), perché fin quando La Morte non arriva, non si può sapere come sarà.
Oltre ai personaggi, però, dietro al sipario c’è pure il pubblico.

Teatro Franco Parenti, Sala Grande. Il sipario si apre e compaiono tre mostri sacri del teatro italiano (Pol, Ugo Pagliai, Pot, Gianrico Tedeschi e Supino, Massimo Popolizio). Da quando si apre il sipario lo spettatore attende La Morte (determinata: sarà Franco Branciaroli!) e, nello stesso tempo, la fine dello spettacolo e il fine dello spettacolo: il significato.
…Solo che esistono dei cortocircuiti di senso. Il teatro dell’assurdo mette in crisi lo spettatore, perché mostra l’esistenza non semplicemente di una strada, ma di infiniti percorsi e tutti logici. Di una logica non ordinaria, non quotidiana, ma straordinaria, artistica.
Il gioco dell’assurdo è perfettamente mantenuto: non appena si riesce a trovare una logica nei dialoghi e si comprendono gli obiettivi dei singoli personaggi… zac!, la logica cambia, il ritmo aumenta e il senso che si credeva di aver individuato viene immediatamente frustrato.
Il cervello dello spettatore è impegnato nell’assurda ricerca di un senso, in una pièce teatrale dell’Assurdo.

“Perché?”, non ci arrendiamo di domandarci alla fine.
Perché è la vita a non avere un solo senso, però l’uomo contemporaneo sembra essersene dimenticato. Tedeschi e Pagliai sono uomini senza amore e senza futuro, che cantano canzoni che vanno a finire sempre allo stesso modo, che pensano la poesia e l’arte non come balsamo per una vita difficile, ma come canto del cigno. Le loro vite hanno l’unico scopo di dormire, forse perché nei sogni rimane l’ultimo barlume di morte, cioè l’ultima scintilla di mistero. Non hanno più domande da farsi o scoperte per cui stupirsi. Rimane loro il quesito estremo: cosa è successo un nanosecondo prima del Big Bang? O, fuor di metafora usando una metafora: è nato prima l’uomo o la gallina?
Se l’uomo è diventato morituro smettendo di essere mortale, cioè in balia della morte, la Morte di Branciaroli non può che essere falsissima e poeticissima; non vuole uccidere proprio nessuno, che senso avrebbe? Se voi morite, devo morire pure io.
Se la ragione ha sondato tutto: la religione, l’universo, la letteratura… l’Eterno di Popolizio (un osservatore speciale, uno scienziato umano che ha scelto di fermarsi, di scendere dalle sue astronavi, per vedere la fine di questo mondo), prima che la fine arrivi, è naturale che se ne vada. Perché dare una spiegazione proprio a tutto? Perché perdere la possibilità di avere ancora una molecola di infinito? Meglio affidarsi a una metafora (la religione, Cristo) e rimanere nel suo mistero. Uscire dal chiuso di una casa, di un teatro, di una mente, e tornare a indagare il cielo.

Lo spettatore di Dipartita finale, in scena al Teatro Franco Parenti fino a venerdì 25 luglio, deve prepararsi a entrare in un grande gioco chiamato teatro.
A questa partita non si può partecipare solo con la ragione, ma prima di tutto con il cuore.

Gianrico Tedeschi è uno strabiliante metronomo impazzito che oscilla sulla scena con un equilibrio sempre precario; Ugo Pagliai un divertente sornione che scherza, sorride e fa sorridere gli spettatori; Franco Branciaroli incarna l’arte eterna; Massimo Popolizio è l’uomo che guarda la vita con cinico realismo. Sul palco, sono quattro attori che giocano in modo sublime col povero pubblico.
La scena, che nasce da un’idea di Margherita Palli, è un gorgo di miserie interrotto nella sua rotazione; uno spaccato dove tutto è posticcio, povero e malandato. Un baratro di oggetti ormai finiti (orologi che non vanno, carrelli rotti, bidoni bucati, materassi sgangherati) che si apre sull’infinito tempo del teatro.
Per comporre questo testo difficile (difficilissimo!), Franco Branciaroli percorre tutte le strade dell’arte. La drammaturgia è un vortice di voci: c’è Beckett con le sue infinite attese; Ionesco con i suoi rebus logici; i personaggi fastidiosissimi e rumorosi di Pinter; la comicità amaramente leggera di Amici miei; il colore partenopeo di Totò; il caffè di Eduardo; i buchi neri e i sette nani di Walt Disney; Shakespeare, shakerato e remixato… C’è tutto, e tutto concorre a formare un perfetto nonsenso, cioè un infinito intrico di sensi possibili, da cui i cervelli degli spettatori rimangono storditi.

Il pubblico, se gioca pulito, se ad un certo punto dimentica la ragione, non può che uscire dalla sala con un’angoscia straziante nel cuore: ha riso e goduto per la straordinaria bravura degli attori; è rimasto infastidito dal difficile gioco teatrale di cui è stato cavia.
Quello a cui si è appena assistito cos’è: un divertimento intellettuale, uno scherzo, una profezia, un incubo?
Tuttavia, l’uomo viene riconsegnato alla sera milanese con un mondo di quesiti nella testa.
…E, finché ci saranno domande da porsi, significati da scoprire, ci saranno ragioni per continuare a vivere e la dipartita non sarà finale.

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