ENRICO CRUDELE E LUCIDO

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di Renato Palazzi. «Il Sole 24 Ore Domenica», 11 maggio 2014
La realtà e la finzione. La ragione e la follia, il sarcasmo e l’intima tragedia. È uno spettacolo davvero bifronte Enrico IV di Pirandello che Franco Branciaroli ha diretto e interpretato al Centro Teatrale Bresciano.
Con quella prima parte tutta fatta di esasperazioni tonali, caricature, falsetti, incongrue apparizioni, e la seconda pensosa, lividamente illuminante, pare di assistere a due rappresentazioni diverse. Probabilmente questo scarto è necessario per accentuare l’acre presa di coscienza da cui è mosso l’istrionico protagonista. Ma non è facile cogliere un nesso tra chiavi stilistiche così contrastanti.
A voler trovare un filo comune, si potrebbe dire che Branciaroli abbia puntato a sottolineare, più che gli aspetti astrattamente “filosofici” del testo, certi suoi tratti di sinistra fantocceria, certi eccessi di belletto e di posticci che dominano il primo tempo ma che restano sottilmente anche nel secondo, stridendo volutamente col suo taglio dolorosamente introspettivo. Per certi versi, sembra che la regia ponga in luce un che di oscuramente fantasmatico che pure è presente nel testo, un vago clima di paura che incombe sulla vicenda: la diversità, di qualunque tipo essa sia, non è mai innocua, comporta sempre una minaccia all’ordine costituito. A spiccare soprattutto è la caratterizzazione sopra le righe delle figure di contorno, i visitatori arrivati dall’esterno – su una specie di buffo carrello-veicolo ronconiano – a organizzare la grottesca messinscena che dovrebbe far rinsavire il protagonista, l’anonimo personaggio che vent’anni prima, durante una sfilata in costume, cadde da cavallo, batté la testa e restò a lungo imprigionato nella “maschera” di Enrico IV indossata quel giorno per scherzo: strappati all’originario contesto del primo Novecento, indossano abiti di oggi, incarnano vizi e debolezze della nostra società attuale. La marchesa Spina, la donna che egli amava, è sguaiata, forse ritoccata chirurgicamente, la figlia è una squinzia in minigonna, Belcredi, l’uomo che ha provocato la sua caduta, un furbastro probabilmente corrotto. E lo psichiatra che dovrebbe curarlo si mette a cucire costumi, perché il costume, pirandellianamente, è il guscio delle identità che costui manipola per lavoro. Di fronte a questo presente devastato e devastante, non stupisce che il protagonista scelga di isolarsi in un finto passato che «non cangia». Si rifugia nella pazzia simulata, come l’attore su una scena di teatro. Ma tutto questo è, appunto, una condizione di partenza, una sorta di premessa. Lo spettacolo vero comincia col lungo monologo finale del secondo atto, il monologo in cui lo pseudo-Enrico IV svela ai suoi cortigiani figuranti d’avere già da tempo riacquistato la propria sghemba lucidità, di continuare a vestire i panni dell’imperatore non per burla, ma per salvarsi da un’esistenza governata dai mediocri, per sottrarsi al pese delle «così dette opinioni correnti». Lo spettacolo, anzi, è questo monologo, l’autentico punto d’arrivo dell’attore, l’approdo di una lunga militanza in palcoscenico.
Misteriosamente tutto si concentra lì, in quel quarto d’ora. La scenografia, ossessivamente incentrata sui cavalli di Margherita Palli, gli altri interpreti – fra cui la brava Melania Giglio, Antonio Zanoletti, Giorgio Lanza – passano come in secondo piano rispetto a questo exploit totalmente e irripetibilmente personale. Dopo il vecchio mattatore shakespeariano del Servo di scena di Harwood, dopo Il teatrante di Bernhard, il modo in cui Branciaroli si accosta a questo guitto dell’anima mette i brividi. Nelle sue ambigue riflessioni, nei suoi trasalimenti fa risuonare un senso amaro della vita, uno sguardo disincantato sulle persone e sulle cose che trascende di gran lunga la dialettica pirandelliana dell’essere e apparire, che ha qualcosa di «magnifico e terribile», per usare le parole dell’autore. Al suo primo incontro con Pirandello, pura fra mille scompensi Branciaroli riesce a immettere nell’Enrico IV una nota di crudeltà, quasi di sconsolata spietatezza che non vi avevo mai sentito. E il finale è bellissimo, col protagonista che, dopo l’uccisione del rivale, in su un cavallo da giostra viene incoronato dallo psichiatra.

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