Godot? È già arrivato. La vecchiaia gioca con Beckett

foto Alessandro Fabbrini

di Maria Grazia Gregori
«L’Unità», 27 luglio 2014

Eccoli qua i magnifici quattro – Gianrico Tedeschi, Ugo Pagliai, Franco Branciaroli, Massimo Popolizio -, trecento anni in totale, riuniti in un cast d’eccezione per tenere a battesimo «Dipartita finale», testo scritto da Branciaroli, che ne è anche il regista.
Una pièce pensata, si direbbe, su misura  per attori di valigia, un apologo grottesco sulla vecchiaia piuttosto che sulla morte, un omaggio in chiave parodistica a uno degli amori del «Brancia», Samuel Beckett, di cui ha interpretato qualche anno fa un curioso, spiazzante Finale di partita.

In questo spettacolo, andato in scena con successo al Franco Parenti, che ha iniziato la sua nuova stagione a luglio, non c’è nessuna landa desolata, ma un bric à brac quotidiano in una specie di baracca ai margini della città, una discarica di oggetti, dove però Godot è già arrivato. Forse è quel silenzioso signore con quegli occhiali neri da menagramo che sta disteso e non dice una parola, chiamato il Supino e che comunica solo per interposta persona, un sedicente immortale secondo il duo che imperversa in scena, Pol e Pot, dove l’autore ha invertito il gioco beckettiano di Finale di partita con il vecchio Ham inchiodato all’immobilità e il giovane, iperattivo Clov. Perché qui Clov è un vecchio pieno di energie interpretato da uno straordinario – anche per come sa governare i suoi continui, veloci movimenti -, novantaquattrenne Gianrico Tedeschi spinto, sostenuto dalla irrefrenabile, velocissima parlata toscana di un ottimo Ugo Pagliai.

I due ricordano un passato di amicizie e bevute e discettano sulla nuova vita, quella imposta dalla scienza, che ha cambiato gli uomini che si stanno abituando a credersi immortali, mentre gli dei si sono trasferiti in un nuovo olimpo che non ci è dato conoscere. È una vecchiaia impudicamente legata alla vita di chi ha imparato a essere morto parlando di se stesso, quella di Pol e Pot, che scendono con qualche compiacimento nei particolari della loro decadenza, anche la più intima.

Vecchi che aspettano una dipartita che non arriva, ingannando l’attesa, giocando non a scacchi, come nel Settimo sigillo di Bergman, ma a carte. Vecchi che non temono neppure l’apparire della Morte armata di falce ma del tutto impotente che parla come Totò (un inaspettato, scoppiettante Franco Branciaroli), che non riesce a fare il suo raccolto, anzi a morire è proprio lei: la vediamo composta e sdraiata come un simulacro accanto all’immobile Ugo Pagliai. È a questo punto che Supino (Massimo Popolizio, bravissimo) si alza dal divano in cui stava, si toglie gli occhiali scuri e inizia a parlare con cadenza romanesca, citando l’Ultimo nastro di Krapp in cui, certo, si ricorda il passato ma soprattutto si pongono delle domande destinate a rimanere senza risposta. «Tutta la vita è un sogno», ci dice, però l’Inchiodato (allusione al Cristo) potrebbe già essere tra noi. Come sostiene l’ex Supino, che da un pezzo ha capito il gioco, andandosene con una misteriosa valigetta: «l’importante è essere pronti».

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