La rilettura (ironica) di Beckett passa anche per i Rolling Stones

Giulia 5

di Magda Poli. «Corriere della Sera», 20 agosto 2014

Dipartita finale di Franco Branciaroli è una parodia intrisa di burlesco e di assurdo, un divertissement che ruota intorno a Finale di Partita di Samuel Beckett – da cui anche il titolo -, ma anche a L’ultimo nastro di Krapp, ad Aspettando Godot e altro, e poi tracce di Nietzsche, Shakespeare, Cecco Angiolieri, a Sant’Agostino, Calderòn de la Barca, Testori, passando anche dai Rolling Stones.

L’eccezionalità dello spettacolo (andato in scena al Franco Parenti di Milano) risiede nella compagnia, quattro bravissimi attori come Gianrico Tedeschi, magistrale badante sempre in piedi, Ugo Pagliai, vitalissimo bambino-vecchio toscanaccio, mirabilmente perso in deliri colorati, immobilizzato a letto, lo stesso dissacrante Branciaroli e la sua irrituale, divertente Morte/Totò de La patente e Massimo Popolizio tonitruante romanaccio, lo sdraiato, l’alieno che aspetta un messaggio dall’altro mondo e gli pioverà dal cielo con la voce di Branciaroli-Berlusconi, troppo facile.

Torniamo agli attori dai 53 ai 94 anni, quattro stili recitativi che si amalgamano in un’alchemica forza espressiva. Irresistibili. In una periferia del mondo tra lamiere e rifiuti, il 94enne Tedeschi salta, corre, si lancia in uno straniato malinconico tip tap, e fa del suo personaggio un «altrove», come se lo vedesse recitare nel suo umano inutile affanno e ne provasse amara, ironica pietas.

Branciaroli che ben conosce Beckett, ha deciso di entrarvi «umanizzando» i personaggi non più metafore dell’esistenza, quindi l’umanità dell’umano, ma dei vecchi in attesa della morte, hanno battute di Beckett, l’aria beckettiana ma sono solo vecchi. È poco? Certo che no e il pubblico molto apprezza.

Predicatorio il monito dell’autore (una morale della favola dell’esistenza?), in un mondo senza Dio si è perso il rimedio per allontanare la sofferenza e la morte, senza il testoriano Inchiodato che è venuto a portare il senso della vita, è un mondo senza valori e senza speranza dove muore anche la morte. «La fine è nel principio eppure si va avanti» per tornare a Beckett e in quell’avverbio c’è il senso della vita, ognuno lo riempie come vuole e può, ma la via non è univoca. Per Branciaroli è così, credenti e non, e sì, perché esiste un’etica laica con i suoi bei valori, questa sì molto beckettiana.

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