Primo Pirandello per Branciaroli

CENTRO TEATRALE BRESCIANO ENRICO IV

di Sara Chiappori. «La Repubblica – Milano», 21 ottobre 2014

Pirandello era il grande assente della sua lussureggiante, scontrosa carriera. «Difficilissimo – dice Franco Branciaroli – complicato per i meccanismi ma soprattutto da recitare: se si casca dentro la sua superba sintassi teatrale scatta il ‘pirandellismo’ e si finisce per sembrare tutti uguali. È successo anche ai giganti come Memo Benassi o Salvo Randone. Bisogna entrare nella sua musicalità ma non lasciarsi intrappolare». Il momento è arrivato e oggi Branciaroli è Enrico IV (da stasera al Piccolo, insieme a Melania Giglio, Giorgio Lanza, Antonio Zanoletti, Tommaso Cardarelli, Valentina Violo e Daniele Griggio), quadratura perfetta di un cerchio che si chiude intorno all’arte e alla menzogna della scena già scandagliata con Il teatrante di Thomas Benrhard, Servo di scena di Ronald Harwood e anche quel Chisciotte dove Branciaroli giocava con i fantasmi di Carmelo Bene e Vittorio Gassman.

Sulla scena “equestre” disegnata da Margherita Palli in chiave contemporanea, Branciaroli ingaggia il suo personale duello con il personaggio, ma soprattutto con quello che rappresenta. Nella vicenda del gentiluomo che, cadendo da cavallo durante una rievocazione storica, batte la testa, impazzisce e si crede davvero l’imperatore Enrico IV, si condensano temi carissimi a Branciaroli: «La follia, la bugia consapevole, il rifiuto delle mediocrità del mondo e dei buffoni che lo abitano». Già, perché il protagonista di questo lavoro «pari per grandezza ai Giganti della montagna e ai Sei personaggi in cerca d’autore» a un certo punto rinsavisce ma, trovando intorno a sé solo intrigo, opportunismi e meschinità, decide di continuare a fingersi pazzo. Verità e finzione, uomo e personaggio, attore e ruolo, sono le ossessioni di Pirandello, ma in fondo anche di Branciaroli, ultimo mattatore nello splendore anacronistico del teatro. «Il teatro non può fare altro che riflettere su se stesso – continua – come diceva Benjamin, i temi fruttuosi da un punto di vista drammatico non più di dodici e da sempre gli stessi. Il teatro che illustra il mondo, la cosiddetta realtà, non mi interessa. Per quello ci sono i giornali. Non c’è bisogno di fare Shakespeare e infilarci per forza l’emergenza immigrazione. Se questo mestiere ha ancora un senso è perché in fondo l’attore è l’uomo per definizione: tutti recitiamo, anche semplicemente perché dobbiamo adattarci alla vita». Quanto al magnifico fallimento che i suoi ultimi personaggi sembrano incarnare (lo erano Bruscon del Teatrante e il Sir di Servo di scena), ribatte: «Sono megalomani ma come li intendeva Bernhard, in senso rinascimentale. Il loro fallimento ha una sua grandezza. La tragedia del nostro tempo così noioso è che nessuno fallisce perché nessuno nemmeno ci prova».

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