Shakespeare? Un contemporaneo, 400 anni e non sentirli

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di Albarosa Camaldo. «Famiglia Cristiana», 23 aprile 2016.

Il celebre drammaturgo e poeta inglese morì il 23 aprile 1616 nella sua città natale, Stratford-upon-Avon. Aveva 52 anni. L’attore e regista teatrale Franco Branciaroli, che sta provando un nuovo allestimento di Macbeth, ne ricorda spessore e attualità, visto che si misura con tematiche universali: amore, potere, gelosia, paura, morte.

A 400 anni dalla morte di Shakespeare, il 23 aprile 1616, Franco Branciaroli sta provando un nuovo allestimento di Macbeth di cui era già stato protagonista, sia da ragazzino in una delle sue prime recite scolastiche al liceo, sia nell’edizione diretta da Giancarlo Sepe; ha anche interpretato altri classici shakespeariani come Otello, con la regia di Gabriele Lavia, La Bisbetica Domata al fianco dell’indimenticabile Mariangela Melato, Riccardo III, diretto da Antonio Calenda.

Oggi rappresentare Shakespeare, “nostro contemporaneo”, come lo definì nel libro omonimo il critico polacco Jan Kott, al di là dei tanti spettacoli per celebrarne l’anniversario, o le consuete messinscene che vengono proposte ogni anno per il teatro ragazzi, o come laboratori nelle scuole e nelle carceri, o sotto forma di musical, significa misurarsi con tematiche universali – l’amore, la morte, la gelosia, la paura – attraverso azioni o parole di personaggi celeberrimi.

Franco Branciaroli che interpreta e dirige Macbeth, a pochi giorni dal debutto al CTB a Brescia, spiega le motivazioni che lo avvicinano al drammaturgo inglese e alla scelta di ritornare a indagare un personaggio così complesso: «è un testo molto difficile, maledetto, quando lo leggi promette molto, ma quando lo vedi, può deludere, perché Macbeth è un personaggio costruito attraverso soliloqui, riflessioni, mentre Lady Macbeth ha molte scene d’azione, apparendo spesso nella tradizione scenica come il personaggio in primo piano. Studiando a fondo il mio personaggio, a parte la sua sete di potere, che molti hanno, ho scoperto che è un uomo che prova un forte disagio nell’essere al mondo, è un malinconico, ha una vera e propria malattia, non sta bene nella vita; non è il solo personaggio shakespeariano ad essere così, infatti paradossalmente lo è anche Romeo, che vive l’amore come frutto di immaginazione: se ci pensiamo, si innamora di una ragazza che ha visto lontanissima in una festa, ma che porta a trascinare tutti alla morte.»

Branciaroli evidenzia anche con alcune frasi chiave, interpretate dalla sua voce inconfondibile, caratteristiche non presenti in altri allestimenti: «Macbeth ha come desiderio la distruzione: si pensi alle sue battute come “si sconnetta la struttura delle cose”, “soffrano entrambi i mondi”, “sono stanco del sole”, “vorrei che la struttura del mondo si sgretolasse” sono indice del suo disagio esistenziale. Ci sono individui che nell’essere gettati nel mondo sono caduti nell’inferno, come Macbeth, che, al di là del male che compie, uccidendo per ragioni politiche, vive di immaginazione, quasi non rendendosi conto delle azioni malvagie che compie, infatti dice: “nulla è se non quello che non è.” Per questo ho scelto di fare apparire in scena le streghe e il fantasma di Banquo, che lui ha ucciso, così che non siano solo frutto del suo inconscio, ma parte della sua vita di uomo che vive negli incubi. Anche quando uccide non si comporta da guerriero, ma diviene una belva spietata, appare così un uomo entrato in un gorgo senza via d’uscita, spinto dalla sua natura solo distruttiva. Se si pensa a Riccardo III di Shakespeare, anche lui è un assassino, ma se lo sai interpretare bene, fa anche ridere, è un testo “sanguinariamente comico”, invece Macbeth dovrebbe suscitare pietà, perché colpito da una brutta malattia insita dentro di lui che lo porta a fare il male senza potersi mai saziare».

Branciaroli, con la passione che contraddistingue il suo lavoro, spiega anche l’importanza di proporre Shakespeare, al di là dell’anniversario, per difendere il mestiere del teatro; infatti sia per il pubblico sia per gli attori, il drammaturgo offre insegnamenti significativi, oltre a fornire ruoli che possono aiutare un attore a migliorare sempre la sua tecnica: «Il teatro di Shakespeare va fatto da grandi attori, non importano le scenografie sontuose, basta un semplice fondale, ma ci vogliono attori preparati, tutti di buon livello. Come diceva anche il critico Antonio Gramsci non ritrovi la grandezza del testo originale, non appare il genio dell’arte se rimane uno scarto enorme tra scena e lettura: perciò bisogna avere il massimo della bravura attoriale, non solo per il ruolo del protagonista, ma anche per l’ultimo dei servi. Infatti Shakespeare non costruisce i personaggi in prospettiva, cioè il primo alto due metri e l’ultimo alto un centimetro, ma li fa tutti come in un bassorilievo, ognuno ha lo stesso spessore e la stessa dignità degli altri, così da offrire un buon esercizio scenico agli attori. Oggi, inoltre, si cerca di smantellare il teatro, togliendo i finanziamenti e trasformando le sale teatrali in resort con ristoranti e piscine per invogliare il pubblico ad andare a teatro. Non è quello che vorrebbe Shakespeare che portava i suoi spettacoli a corte, ma con The Globe ha anche inventato il teatro commerciale».

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