Una fortuna aver fatto l’attore. E rifarei tutto

SPETTACOLI BRESCIA TEATRO SOCIALE CENTRO TETRALE BRESCIANO MACBETH NELLA FOTO SCENA FRANCO  BRANCIAROLI 7/06/2016 REPORTER FAVRETTO

di Gian Paolo Laffranchi. «Bresciaoggi», 05 giugno 2016.

Come un cavaliere Jedi si fortifica con l’esperienza. Come un bluesman si affina col tempo. Così Franco Branciaroli sprigiona, a 69 anni appena compiuti, un entusiasmo raro in un ventenne. Un amore contagioso per l’arte, compagna di vita impossibile da tradire. Una devozione alla professionalità, al rispetto del teatro come lavoro, oltre che come passione. Concetto che non richiede troppe spiegazioni, per la sincerità (assoluta) di chi si è speso tanto in un mestiere iniziato per caso e non per vocazione. «Non c’era legame alcuno che mi portasse a fare teatro. Nessuna bottega, nessun precedente: i miei genitori facevano tutt’altro – ricorda l’attore e regista, consulente artistico del Centro Teatrale Bresciano dal 2011 -. È stato un incontro tardivo. Avevo 19 anni. E sono entrato in teatro prima dai camerini che dalla platea. Non ero mai andato, prima. Non frequentavo. Il teatro era considerato qualcosa di distante dalle abitudini di noi ragazzini sessantottini. Era distante dalle nostre abitudini. C’era il cinema, che andava per la maggiore.

Come è arrivato ai camerini?

Per pura combinazione. Dovevo evitare il servizio militare. Non andavo più all’università, quindi non potevo chiedere il rinvio per quella. Ma venni a sapere che c’era la scuola del Piccolo Teatro di Milano. Durava 3 anni, garantiva la possibilità di rimandare la leva. La passione folgorante fu quella. Feci l’esame: avevo la erre moscia, ma mi presero lo stesso. Se in un anno ti passa… Prima del saggio finale, la erre era a posto.

E tutto andò a posto. Quanto ha contato il Piccolo Teatro nella sua formazione?

Era un ambiente stimolante, diverso da quello che è diventato ed è ora. Strehler direttore, Chéreau regista… Ma sempre, dappertutto, c’erano professionisti di grande levatura. C’era un rigore classico. Si sapeva perfettamente cosa si intendeva per bello spettacolo. Una consapevolezza che si è persa man mano, in ambito teatrale. Essere fedeli al testo era doveroso. Ora in tanti ironizzano, fraintendono, si basano sugli effetti dei moti del teatro americano, inneggiano al Living Theatre. Roba giovanile già vecchia, perché a furia di rinnovarsi si diventa vecchi, perché certe avanguardie erano già vecchie quando hanno cominciato e oggi è più giovane Giulio Bosetti. Che è morto.

Cosa le dà più fastidio?

Non si riesce a far capire, a persone che lavorano in questo ambiente, ciò che il pubblico invece capisce benissimo. Alludo a quelli che si occupano di teatro, e veleggiano verso i settant’anni come me, e giocano a fare i giovani. Per fortuna esistono ancora realtà in grado di portare avanti discorsi differenti e costruttivi.

Soddisfatto della collaborazione con il Centro Teatrale Bresciano?

Sì, molto. Da cinque anni collaboro con il Ctb e devo dire grazie. Qui abbiamo fatto Servo di scena, Il teatrante e il pubblico ci stava eccome: 100 repliche, omaggiando un autore come Bernhard che da tanti era visto come il demonio. Poi Enrico IV di Pirandello, e Macbeth, e Medea di Ronconi. Un programma poderoso, opere ben fatte.

A proposito di autori poderosi. Strehler, Antonioni, Bene, Chéreau, Lavia, Ronconi, Brass, Faenza, Comencini, De Bosio. L’elenco di registi e attori che hanno accompagnato il suo percorso è infinito. A chi sente di dovere qualcosa, o qualcosa di più?

Fatta salva la grandezza delle altre, Luca Ronconi è la persona a cui devo di più. A lui devo l’affinamento dei ferri del mestiere, della recitazione stessa. Con lui si sono precisate regole per specialisti che con altri non ho avuto. Ho avuto altri incontri potenti da un punto di vista artistico, intellettuale, come quello con Giovanni Testori. Ma se non ci fosse stata collaborazione con Ronconi, sinceramente avrei qualche punto in meno, come professionista e come uomo.

Oggi chi stima, nel suo mestiere?

Massimo Popolizio, per esempio. Ma il problema non è negli attori! Gli attori non ci sono più, lo si diceva già ai tempi di Euripide… Falso! L’uomo è attore. Nasce attore. I grandi attori ci sono sempre e sono ovunque. Ma se gli chiedi di tirar giù le mutande e gridare sconcezze, è un conto. Se gli chiedi di recitare, è un altro.

Cosa significa recitare?

È una pulsione primaria dell’essere umano.

Come è cambiato il teatro, rispetto ai suoi inizi?

Oggi amatoriale. Allora era altissimo. Il Piccolo Teatro era veramente europeo, non solo quanto a dicitura. C’erano molte risorse che oggi non ci sono più. Ma non dispero, guardando all’amatorialità diffusa attualmente. La rapidità del decadere può precedere una rinascita veloce. Credo non si debba demordere. Se si mettono in scena spettacoli di livello notevole, il pubblico capisce. Non dobbiamo dimenticare le origini del teatro. Gli inglesi hanno avuto Shakespeare perché avevano il complesso del Rinascimento italiano: non avendo forme alte di poesia, pittura e musica, dovevano ricorrere nell’unica forma rozza e popolare che avevano, il loro teatro. Iniettarono la grandiosità in quel mezzo di espressione che noi italiani invece snobbavamo. Una forma di conoscenza particolare. Non è vero che tutto può diventare teatro, come sento dire spesso, ma quando il teatro è autentico, tocca il cuore. Se fai Macbeth decentemente, dall’ingegnere alla sartina tutti avvertono la sensazione di un’indagine sull’uomo profondissima. Se ci e metti del tuo e fai una modernizzazioncina, questa roba… Beh. È un’altra cosa. Da quanto non si vede un Faust autentico? Almeno 40 anni, dico io. Un pilastro della modernità. Il suo valore è anche una mia battaglia: prima o poi questa decadenza diffusa finirà. Certo, chiamandola decadenza la nobilitiamo: rincoglionimento è termine più corretto.

Di cosa va più fiero?

Mi piacerebbe fare e rifare all’infinito la parte del protagonista de Il teatrante, Bruscon, oppure essere sempre Hamm in Finale di partita di Beckett. Personaggi rimasti nel cuore. Ogni tanto me li ripetevo da solo, per il gusto di. Li sento come se fossero amici miei.

Se potesse tornare indietro, cosa cambierebbe?

Niente. Sono stato abbastanza fortunato. Di scemate ne ho fatte poche. Mi piaceva recitare anche con i registi cani. È divertente obbedire allo stupido: è comunque una prova da superare, per certi versi più complicata. L’ho fatto, in passato, e non mi dispiace averlo fatto. Non rinnego nulla, no.

Se non avesse fatto teatro?

Nessun dubbio. Sarei finito a lavorare nell’impresa di mio padre, commerciante nel campo della panna montata. Sarei entrato nel ramo alimentare. Comunque… attori si nasce tutti, ma grandi attori si diventa. Gli attori più sono vecchi e più sono bravi.

Quando non recita?

Leggo. Mi è funzionale al mestiere. Curo piante. Pollice verde, però, poco. La verità è che non ho una grande ostilità verso l’ozio. Sarei capace di starmene sdraiato sul divano per ore, guardando il soffitto. Mi piace tanto. E non è che mediti, eh… No. Mi piace proprio star lì a far niente, a lungo, senza pensieri. Giuro che ce la faccio. E posso assicurarlo, a chi non lo fa: è una cosa bellissima.

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