LA VOCE SPIRITUALE DI MERINI

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RENATO PALAZZI «Il Sole 24 Ore», 27 agosto 2017

Splendida critica di uno spettacolo firmato Teatro de Gli Incamminati

A offrirmi una delle serate più emozionanti dell’estate non è stato, lo scorso luglio, un festival di illustre tradizione, ma un’iniziativa fresca evitale che avveniva a pochi passi da Milano, la rassegna “Tra Sacro e Sacro Monte”, ambientata nel suggestivo scenario della terrazza del Mosè, in cima al Sacro Monte di Varese. La manifestazione ideata dal regista Andrea Chiodi non ha la pretesa di essere un festival vero e proprio, non produce, non ha il fine di presentare solo debutti e novità assolute: ma ha un programma pensato con gusto e intelligenza, avviene in un luogo bellissimo, è seguita da un pubblico molto folto e appassionato. A far da filo conduttore delle scelte è ovviamente il tema bollente della spiritualità, una materia che in questo momento attraversa – significativamente tanta parte del nuovo o meno nuovo teatro italiano, coinvolgendo anche gruppi ed artisti apparentemente lontani dalla sua sfera, come dimostra la partecipazione alle numerose rassegne che si vanno sviluppando un po’ ovunque attorno ad esso, dai Teatri del Sacro al classico deSidera: ma non si respira un’atmosfera bacchettona, l’ardore della fede si coniuga sempre con l’inquietudine artistica e la qualità teatrale. L’occasione che mi ha portato in questo luogo è uno spettacolo, il Magnificat di Alda Merini interpretato della stupefacente Arianna Scommegna. La Scommegna è da anni una delle più brave attrici italiane, come si è visto da certe sue prove importanti, vedi Il ritorno a casa di Pinter con la regia di Peter Stein, ma soprattutto da alcuni ammirevoli exploit più personali, quali le due altissime esperienze testoriane in Cleopatras e Mater Strangosciàs. Qui però, devo dire, ha dimostrato di essere ancora cresciuta, sfoggiando un acume e una sottigliezza di analisi davvero impressionanti. Confesso di non essere un sostenitore della Merini, che considero anzi piuttosto sopravvalutata. Ma il modo in cui la Scommegna ne affronta le parole svela pieghe e risvolti oscuri del testo per me assolutamente insospettabili. Ben diretta dal regista Paolo Bignamini, e sostenuta dalla lucida assistenza drammaturgia di Gabriele Allevi, l’attrice – ormai nel pieno della sua maturità espressiva – si sprofonda in queste pieghe e in questi risvolti oscuri con una impareggiabile duttilità mimetica e vocale, ne esplora i labirinti, ne segue gli insondabili tracciati, li illumina e li immerge al tempo stesso in nuove ombre. Con folgorante intuizione, la Scommegna riesce a farci sentire sia la voce di Maria che quella della Merini, gli afflati del personaggio e la sensibilità più tormentata dell’autrice, passando dall’una all’altra solo in virtù di sottili sfumature: e il rispecchiarsi delle due figure giustappone le loro opposte prospettive, il punto di vista terreno e quello trascendente, la certezza e lo smarrimento. Questo travaglio, questo peso della vita quotidiana non toglie slancio al trasporto mistico di Maria ma vi insinua interrogativi e persino vaghi sentori di morte. Il dolore esistenziale della Merini sembra riverberarsi nei sussulti di sgomento con cui la madre di Gesù guarda a quella natività della quale essa stessa è al centro, rendendola più umana e per certi versi addirittura più laica . E tutta questa trama di affetti, di dubbi, di sentimenti contraddittori viene ancor più evidenziata dal taglio spoglio di uno spettacolo fatto praticamente di nulla, un praticabile coperto da un drappo che si trasforma ora in un figlio da stringere al petto, ora in un mantello sotto il quale ripararsi: c’è solo il sapiente magistero interpretativo della protagonista, e il fondamentale ruolo di accompagnamento – non soltanto musicale – della bravissima fisarmonicista Giulia Bertasi, già sua compagna di scena in Mater Strangosciàs, presenza muta ma decisiva, alter ego sonora dell’attrice, alla quale la legano impercettibili simmetrie di gesti e di sguardi. Magnificat di Alda Merini, regia di Paolo Bignamini, visto al festival “Tra Sacro e Sacro Monte”

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