Magnificat – Una Madonna fragile come volle Alda Merini

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Diego Vincenti «Il Giorno», 20 dicembre 2016.

Una donna giovane e fragile. Umanissima. Che sceglie di accogliere il Mistero. Con la maiuscola. Così è la Maria immaginata da Alda Merini. E non poteva essere altrimenti. Il “Magnificat” è opera del 2002 e viene inserita nella fase mistica della poetessa milanese. Una manciata di titoli editi da Frassinelli che sorprendono per l’ampiezza spirituale dell’ispirazione. Ma è un po’ come se la Merini guardasse al cielo con i piedi sempre ben piantati sul marciapiede. In quello che viene considerato il canto di Maria, emerge lo stupore di una ragazzina travolta dall’annunciazione. Ma anche dallo spavento e dalla speranza, dal dubbio prima della solida certezza: sarà la madre di Dio. Pensiero che non può che far girare la testa. Si presta il poema al teatro? Sicuramente ha una sua forza che si apre a vaste ramificazioni di senso. E quindi non sorprende il progetto di Paolo Bignamini da stasera per tre giorni al Ringhiera. Adattato per la scena da Gabriele Allevi per una produzione Gli Incamminati e deSidera Teatro, il “Magnificat” vede protagonista Arianna Scommegna. Ruolo non facile. A dar vita al corpo di una ragazzina scelto per accogliere la vastità del divino. «La poesia del “Magnificat” – spiega Bignamini – ha una compiutezza, una maturità e un’elevazione tali da imporsi come testo capolavoro, opera irriducibile persino alla grandissima umanità della sua autrice. Alda Merini è infatti presente, come per assenza, in questo mirabile poema che restituisce a Maria lo spessore di un incommensurabile “sì”. Merini è Maria: i versi «Io non fui originata, ma balzai prepotente dalle trame del buio per allacciarmi ad ogni confusione» sono gli stessi contenuti ne “Il testamento”, opera del 1953, come a sottolineare la vicinanza tra la ragazzina che l’autrice era e la ragazza che la Madonna adolescente è. E, al tempo stesso, la sua Maria è l’altissima Madonna capace di spingersi sul baratro delle più vertiginose contraddizioni del mistero mariano: vergine e madre, serva del disegno di Dio ma di quel disegno grande attrice». Un “Magnificat” dunque carnale, intimo. Teso verso il futuro ma anche gonfio di spiazzanti interrogativi. Dove le parole di Maria fanno coesistere lo smarrimento presente e il ricordo dell’innocenza passata. Ma anche la già dolorosa consapevolezza dell’avvenire.

 

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