Salomè da applausi. Un debutto che piace al Teatro Francescano

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CLAUDIO SCACCABAROZZI «La Provincia», 11 gennaio 2018

Presentato in anteprima nazionale lo spettacolo tratto dal dramma di Oscar Wilde sul mistero dell’amore Il pubblico ha gradito il lavoro del regista Alberto Oliva.

Debutto sicuro al Cenacolo Francescano per “Salomè”, terzo titolo della rassegna del Comune di Lecco e del Sociale “Il Teatro della Società è in Città” (già Teatro d’Autore). Presentato in anteprima nazionale, prodotto da Teatro degli Incamminati/I Demoni per la regia di Alberto Oliva, tratto dal dramma di Oscar Wilde, elaborazione drammaturgica di Alberto Oliva e Mino Manni (attore nel ruolo di Erode) con l’aggiunta di alcuni passaggi di Giovanni Testori (la voce fuori campo di Franco Branciaroli, il profeta Iokanaan e le battute finali da “Erodiade”), lo spettacolo appare già in una forma compiuta, ottimamente interpretato dagli attori (Francesco Meola, Giovanna Rossi e Valentina Violo, Salomè, oltre al già citato Mino Manni).

Dramma che si iscrive perfettamente nella battuta di Wilde “Il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte”, in questa versione scarna, con pochi attori e una scenografia di rara efficacia, porta in scena la parte oscura dei protagonisti (e per estensione, del pubblico e dell’intera società). Il cupio dissolvi che li travolge, spingendoli a più riprese sull’orlo del pozzo che racchiude il profeta, l’impulso ad andare oltre, irrefrenabile (così nel testo originale), appartiene alla biografia di Wilde e alla scoperta dell’omosessualità (era già sposato e con due figli che adorava). Nella “Salomè” de I Demoni questo processo porta al disvelamento di sé, in senso letterale, della giovane principessa di Giudea, la piccola Salomè che nel volgere di una nottata prende coscienza della sua vera natura e della tirannia del desiderio. Ne sono vittime anche Erode, ma già lo si sapeva, che nella prima scena si affaccia al pozzo dal quale emerge la luna, specchio opaco delle pulsioni degli uomini, perdendoci la corona, che cade all’interno, e la propria regalità; e il giovane capitano della guardia che si toglie la vita dopo aver concesso a Salomè la vista del profeta ed aver ascoltato le parole deliranti di lei nei confronti di Iokanaan. Fredda e calcolatrice Erodiade è l’unica che brinda nel finale e consegna al pubblico l’esito scontato del dramma, nel quale ognuno ha perso sé stesso nello scambio con l’altro da sé. Visivamente intrigante, lo spettacolo iscrive il triangolo – Erode Erodiade Salomè – in un fondale tondo come un oblò, tondo come una luna piena (altro motivo ricorrente), che prende diverse colorazioni seguendo la temperie emotiva, contro il quale i personaggi appaiono come ombre o in tutta la loro potenza di simboli.

E poi c’è la lingua barocca e immaginifica di Wilde, impiegata nella seduzione di Salomè e nel tentativo vano di Erode, di fronte alla cocciutaggine infantile di lei, di offrirle metà del suo regno e tutto quello che contiene per farla desistere, pietre preziose, pavoni bianchi dal becco dorato, gioielli dai poteri magici. Metafora del potere, qualunque potere, e di come ci si perde facilmente esercitandolo irresponsabilmente, “Salomè” merita gli applausi.

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