«Le cose che si sanno, non significano allora più nulla!» la battuta del conte Romeo Daddi condensa tutta l’inquietante e magnetica destabilizzazione, che connota l’ultima opera compiuta di Luigi Pirandello.
A 90 anni dal debutto del 1935 “Non si sa come” è scelta da Paolo Valerio per proseguire un percorso nella psicologia e nell’animo umani, intrapreso con “La coscienza di Zeno”. Forte della lezione sveviana, il regista evolve la ricerca attraverso la scrittura spietata di Pirandello. Il ruolo del protagonista va a un Maestro come Franco Branciaroli, versatile nel passare dai grandi ruoli di Shakespeare e Goldoni, alle lacerazioni di questa pièce, attualissima e feroce dove i protagonisti – ineccepibili rappresentanti di una società raffinata – “non si sa come” rivelano un lato spaventosamente irrazionale, popolato da cosiddetti “delitti innocenti”, in cui sull’autocontrollo ha prevalso l’istintualità brutale, quel “secondo io” che talvolta ci abita. Ciò scuote il pubblico di oggi, spesso confuso fra la tendenza all’assoluzione di violenti “raptus” istintuali e la loro condanna.
Un’analisi, dunque, inesorabile nel vortice della psicologia, che il regista immagina di amplificare con una contaminazione multimediale che si fonderà all’interpretazione attoriale, restituendo attraverso leitmotiv visuali le mutevoli sfumature interiori dei personaggi.